Giovani stilisti italiani hanno voglia di affermarsi e di puntare su creazioni sostenibili.

E’ vero il concetto di sostenibilità ad oggi, in Italia, non è ancora stato compreso del tutto. Spesso è legato a realtà come il cibo, l’agroalimentare, l’edilizia, all’ambiente (più in generale).

Il tessile invece fa ancora molta fatica a capire, che la sostenibilità è un plus e non deve essere solo di facciata, come a volte succede ai grandi brand che professano di essere sostenibili, ma che spesso non lo sono. E quindi, oppongono ancora molta resistenza a passare dal paradigma lineare a quello circolare. 

Per fortuna ci sono giovani stilisti, realtà molto piccole, se non alle volte piccolissime (due persone), che con grande impegno e, diciamolo pure, con caparbietà fanno di tutto per emergere e  raccontare della loro idea di sostenibilità. Hanno una consapevolezza nuova, un modo di vivere, un’attitudine. Non è semplice apparenza o come direbbe qualcuno è solo marketing, attribuendo al marketing un significato esclusivamente di negatività. 
Sono nati, o hanno avuto luce, progetti di giovani ragazze e ragazzi che hanno fatto dell’attivismo sostenibile una priorità, ma soprattutto hanno iniziato ad essere conosciuti brand di giovani designer, giovani, che inseguendo il proprio sogno o la propria volontà di fare carriera nel business della moda, hanno creato prodotti con un unico e non semplice core: la sostenibilità.  

Il panorama è abbastanza diversificato. C’è chi utilizza tessuti provenienti da grandi aziende di moda, che altrimenti andrebbero al macero. La produzione spesso si basa su pochi modelli, una produzione made-to-order (cioè capi realizzati nel momento in cui arriva l’ordine) e qualche best seller di cui viene anticipata la realizzazione. Ottenendo la rotazione di magazzino molto alta. Un altro punto di forza, dettato non solo da esigenze gestionali – visto che si tratta di piccole imprese- ma soprattutto dalla logica contro lo spreco. Pensate che – sia durante la produzione sia dopo l’utilizzo dei capi – l’80% finisce in discarica o nell’inceneritore.    

Gilberto Calzolari presenta una collezione annuale frutto di ricerca dei materiali e recupero creativo © White Milano

Poi c’è chi utilizza la tecnica dell’upcycling, riutilizzando prodotti già esistenti, oppure utilizzando abiti vintage che poi vengono destrutturati e poi ricostruiti. In due parole un riciclo creativo.  Giovani designer danno nuova vita a pezzi vintage. Tecnicamente mixano i capi, ripensano i volumi e le proporzioni, creando al tempo stesso pezzi unici e irripetibili.

E la risposta del mercato?  Nell’ultimo anno, probabilmente la pandemia ha fatto aumentare l’attenzione per una moda più sostenibile, ha permesso a moltissimi progetti moda di emergere. Grazie a noi. Grazie al fatto di rimanere in casa, di capire che ciò che possediamo, il superfluo, non è necessario. 

A confermarlo è la ricerca di la ricerca del Boston Consulting Group e Vestiaire Collective.  Dallo studio emerge un consumatore responsabilizzato, il 70% degli intervistati compra abiti di seconda mano perché ha a cuore il tema della sostenibilità e il 60% si sente particolarmente attratto da un marchio che si è prefisso obiettivi green. Ma anche che sente il bisogno di ridurre gli acquisti e, in generale, di avere più cura del proprio guardaroba, come dichiara l’85% delle persone intervistate.

Può esistere quindi la totale (o quasi) sostenibilità nel mondo delle imprese di moda? Sì, se l’azienda si regge sulle gambe di giovani creativi ambiziosi e caparbi ( in senso positivo) che sanno conciliare la fortissima valenza innovativa, con la bellezza e lo stile, il processo produttivo sostenibile con un’estetica in linea con il gusto contemporaneo.

E allora grazie a queste realtà, anche se piccole, che possiamo sperare in una maggiore consapevolezza e responsabilità. 
di Melania Cammisa
ph. @progettoquid