Una Pasqua da sognare… tra nostalgia e speranza, al tempo del Coronavirus

Dal ristorante stellato all’osteria di paese, la risposta era sempre la stessa: “mi dispiace non c’è più posto!”. E mancava ancora qualche settimana all’appuntamento del pranzo di Pasqua.
I borghi del vino delle Langhe, i paesi di collina del Monferrato, e non solo, erano presi d’assalto dalle famiglie che cercavano un luogo fuori dalla città, lontano dal caos giornaliero, tra prati verdi e fioriture primaverili. “Natale con i tuoi… Pasqua con chi vuoi”. Dillo agli Italiani e subito macchina o moto e si parte. Importante è non stare a casa, divertirsi, mangiare fuori, portare i bambini in campagna, in montagna, al mare, in riva al lago per godere di un tempo sereno, di gioia, di tranquillità nei luoghi che la nostra meravigliosa Penisola riesce ancora ad offrirci!
In quel giorno, anche i nonni partecipano alla festa, si uniscono alla compagnia, abbandonano qualche acciacco e, attirati da un bel pranzetto sotto una pergola, si lasciano andare e via, tutti insieme appassionatamente.
Ricordo, lo scorso anno, un mio vecchio amico che mi aveva chiesto qualche consiglio su dove andare con la moglie per il pranzo tipico, di territorio, dove si beveva anche bene, sapendo che io, per motivi giornalistici andavo a visitare spesso luoghi mangerecci. Lo indirizzai ad una vecchia stazione ferroviaria, ormai in disuso, cancellata dalla modernità e dalle automobili. Sì, quella vecchia stazione, testimone di tanti treni a vapore, di antiche carrozze di terza classe, quelle di legno, appunto, ai margini di un paese dell’ Astigiano, circondata da prati, boschi e filari di viti, ormai era diventata Osteria.

Ma la sua immagine, la sua struttura, la sua essenza erano rimaste quelle d’un tempo: i campanelli che avvisavano dell’arrivo del treno erano ancora lì, appesi a un muro ridipinto ma evanescente e scolorito; il cancello di ferro, di quelli a reticolato tipici delle stazioni, che lasciava passare i carichi merci pronti per la partenza, era rimasto immobile al suo posto; anche il porta bandiera era lì fermo, nessuno l’aveva staccato. Resisteva al tempo ancora uno di quei vecchi telefoni a muro, con la scatola di legno, la ruota con i numeri e due campanelli; persino due vecchi berretti di ferroviere, attaccati alla parete, ti davano il benvenuto; bellissima e ancora visibile in un blu distratto e sbiadito, la scritta con il nome della stazione; i binari, forse in attesa di un treno, ormai soli e intristiti, erano coperti qua e là da erbe spontanee e da fiori muti, con le traverse di legno ingobbite e sformate dal tempo.
Le vecchie sale d’aspetto (ricordate c’erano quelle di prima e di seconda classe) erano state trasformate in locali per una ristorazione agreste, attenta e piacevole, al passo con i tempi e la cucina aveva preso il posto della cabina-movimento, punto nodale di tutto, il luogo di comando dell’arrivo, del transito e della partenza dei treni.
Quell’antica stazione diventata Osteria aveva reso felice il pranzo di Pasqua del mio amico, in un ambiente bucolico, tra binari arrugginiti, il silenzio e  uno scenario di dolci colline di silenzio.
Era la Pasqua del 2019!
Un ricordo ancora vivo e presente: attorno a noi un mondo che ci sorrideva, ci accarezzava, ci faceva guardare al futuro con ottimismo, anche se controllato, un mondo che ci faceva ancora sognare.
Quel mondo è stato spazzato via, dalla sera al mattino, nel nostro Bel Paese e in tutto il pianeta, ci è stato tolto di mano da un’epidemia maledetta che ci ha colti di sorpresa e impreparati, ci ha colpito alle spalle senza che potessimo accorgercene.
Ora siamo chiusi nelle nostre case, ubbidienti alle disposizioni istituzionali, alle prese con ricette  pasquali su internet e antichi suggerimenti delle nonne che di cucina se ne intendevano, siamo tutti dietro le finestre, un po’ tristi e melanconici, viviamo giorni sospesi, settimane d’attesa, aspettiamo notizie incoraggianti e la forma di un grafico del contagio che, come per magia, si appiattisca di colpo.
Giorni di sofferenza accompagnano il nostro tempo, in attesa di un’altra Pasqua semplice, allegra, gioiosa, in quella vecchia stazione ormai silenziosa, fuori da ogni rotta, dove si mangia in modo meraviglioso, sognando di veder fermare “il treno della felicità, della rinascita, e tutti affacciati ai finestrini con le bandiere arcobaleno che sventolano, tra papaveri sorridenti: “è andato tutto bene!!!”… almeno per noi  che su quel treno avremo la fortuna di poterci salire.
Una Pasqua d’attesa, di speranza per tutti.

di AndreaDiBella