Cosa ho imparato dal seminario Turismo e Cervello: connessioni neurali

Il tema, affrontato al seminario “Turismo e Cervello: connessioni neurali”, è stato insolito e originale.  Sicuramente ricco di interessanti  spunti e riflessioni per gli operatori del settore turistico.   Un’occasione che ha permesso a persone estranee al mondo delle neuroscienze, della psicanalisi e della psicologia di fare delle scoperte quanto meno affascinanti.

L’idea di abbinare: viaggio e connessioni neurali è venuta per caso dall’incontro tra Paola Tournour-Viron, ideatrice del progetto Contaminazioni in Viaggio, e il dottore Mauro Felletti, neurospichiatra e psicoanalista, grazie a una loro conversazione informale, basata sulla curiosità che suscita la psicologia nel settore turistico.

Felletti inizia la sua lectio-magistralis affermando:

<< Il viaggio riassume un’esperienza umana quella di esplorare. E allora credo, che il viaggio deve diventare il significante, cioè attribuire un significato nuovo>>.

Qual è la chiave di lettura?

Ebbene la sua affermazione può essere spiegata dalla genetica. La voglia di viaggiare o meglio di esplorare luoghi sconosciuti dipenderebbe nientemeno che da un gene. A svelare se siamo autentici viaggiatori o meno sarebbe dunque il nostro DNA, il cosiddetto “gene del viaggio”.
Il recettore della dopamina (un neurotrasmettitore prodotto dal cervello che ha un ruolo importante nei meccanismi dell’apprendimento e della ricompensa) nella sua variante DRD4-7r, che tra le  popolazioni nomadi (nostri antenati)  era più presente che in quelle stanziali.

La prevalenza nella popolazione del DRD4-7r e 2r è presente in circa un quarto della popolazione, per cui potremmo dire, seguendo la direzione del dottor Felletti che:” viaggiatori si nasce e non si diventa”.

E’ probabile che altri geni influenzino questa propensione e che questo allele adattativo abbia svolto una grande funzione nei viaggi per necessità, come il succedersi delle ere geologiche e le migrazioni  in parte ci dimostrano. Quello che però risulta  interessante analizzare più in dettaglio,  sul piano delle neuroscienze e dei circuiti neurali coinvolti, è il rapporto tra la funzione della dopamina ed alcune caratteristiche comportamentali. Tant’è che secondo Felletti  questa scoperta può essere considerata un punto di partenza e non l’arrivo.

Ma cosa c’entra tutto questo con la vendita di un pacchetto o di soggiorno in una struttura ricettiva? Perché gli operatori turistici devono agire sulla dopamina?

Perché questo neurotrasmettitore agisce sulla curiosità, intesa come motivazione intrinseca al conoscere e all’esplorare; quindi un atteggiamento curioso è fondato su una base biologica.

In sostanza, la dopamina incide sul processo decisionale tra la scelta di una gratificazione immediata e una gratificazione più vantaggiosa, ma posticipata nel tempo. Ricerche hanno dimostrato che quando i livelli di dopamina sono più alti i comportamenti sono più impulsivi e si sceglie l’opzione “del tutto e subito”.

Le ragioni?

Perché: non si pensa al rischio, si tende andare nell’oltre, nell’altrove simbolico.

E allora?  Si potrebbe pensare il viaggio in un’altra dimensione? Prendere un’altra direzione?
Il suggerimento del neurospichiatra: << il viaggio pensato come esperienza simbolica (l’altrove simbolico) che si stacca dal reale. Meno viator (viaggiatore) e più peregrinus o pre agros.

Se non ci sentiamo rinnovati lo scopo stesso del viaggio è stato mancato. Nasce così una nuova manifestazione della vecchia tradizione del viaggio filosofico, una ricerca di origini culturali e di significati, ricerca che è il prodotto forse di viaggi scarnificanti, semplificanti, e riduttivi di generazioni>>.

E ancora sottolinea con forza il significato della parola curiosità, dal latino cura, sollecitudine, premura, attenzione. Un punto da cui partire per la realizzazione di nuovi prodotti viaggio.

Melania Cammisa