Teatri verdi: quando l’ecologia dà spettacolo, da Stromboli all’Alaska
Spettacoli delivery, palcoscenici con impianti alimentati a pedali, performance accompagnate da gesti concreti per l’ambiente: l’arte riparte dalla natura.
di Alexis Paparo – How to spend it
«Se manchiamo di rispetto a qualcuno o a qualcosa è perché non ne riconosciamo il valore, o perché ci fa paura. È la la fight or flight reponse. Adesso, o aggrediamo l’ambiente, riducendolo ai nostri bisogni, oppure scappiamo, proteggendoci dalla tecnologia. Ma se ci fosse una terza possibilità, il flirt? Che cosa succede se ci mettiamo a flirtare con l’ambiente?». Alessandro Fabrizi – regista, attore, direttore artistico della Festa di Teatro Eco Logico di Stromboli – pone una questione che è la linea guida della manifestazione che cura. Ma anche uno spunto interessante per ripensare il rapporto fra teatro e ambiente.
Il 2020 è stato l’annus horribilis del mondo dello spettacolo, e il 2021 ne è ancora completamente investito, ma è interessante osservare come le più forti – sebbene piccole – sacche di resistenza alla situazione si siano sviluppate grazie alla capacità del teatro di recuperare un dialogo con i luoghi naturali, e di proporsi anche come veicolo di un nuovo sentire ecologico, con formule che in futuro potrebbero affiancare quelle più classiche, o portarle a trasformarsi.
Uno dei modelli più semplici e funzionali è stata la declinazione in formato delivery, con bicicletta e zaino. Un’idea dell’attore Ippolito Chiarello che ha creato le Usca (Unità Speciali di Continuità Artistica) per riaffermare il ruolo della cultura come “bene di prima necessità”, portata avanti a Milano da Marica Mastromarino e Roberta Paolini. Sono state fra le prime ad aderire al format, nel dicembre scorso: adesso le Usca sono più di 60 in Italia. Dante, Rodari, Goldoni, Stefano Benni, Dario Fo – o anche fuori menu su commissione – arrivano su prenotazione ovunque all’aperto: nei cortili condominiali, nelle terrazze, in un giardino privato, in un parco. Rendendo l’ambiente comprimario, parte della conversazione.
«A un regista che decide di portare una produzione a Stromboli – continua Fabrizi – dico: usa i luoghi per farti ispirare, non intervenire con gli elementi scenografici, dagli la possibilità di guidare la prossemica, i movimenti degli attori, di determinare dove si siederà il pubblico”. Quando a un luogo viene data una voce succedono cose straordinarie, mi racconta, e sorride mentre rievoca un episodio della Tempesta di Shakespeare che ha diretto per l’edizione 2016 della Festa. «La rappresentazione era in spiaggia, e il mare era davvero in tempesta. A un certo punto, nel momento in cui Prospero rinuncia alla bacchetta, arriva un’onda che si abbatte sul pubblico, e questo si alza come se fosse un solo uomo. Nessun regista avrebbe mai potuto organizzare una cosa del genere».
La Festa di Teatro Eco Logico, di cui è in programma la settima edizione dal 25 giugno al 5 luglio, è una manifestazione che non utilizza energia elettrica per l’illuminazione e l’amplificazione. Dieci giorni in cui Stromboli diventa un laboratorio di idee e di scambi fra isolani, turisti che si trovano lì per caso, pubblico arrivato per l’occasione e attori, musicisti, scrittori, scienziati, filosofi.
Il tema dell’edizione 2021 è l’eros, e l’evento portante sarà la lettura del Simposio di Platone, insieme al confronto sui temi che saranno risvegliati da questa lettura. Potrebbe sembrare un ritorno al passato, ma secondo Fabrizi è un muoversi verso il futuro. «Non c’è niente di male nell’utilizzare la tecnologia, ma penso che ogni epoca abbia i suoi bisogni e adesso ci sia la necessità di reinventare l’evento dal vivo, spogliandolo anche dei suoi rituali imposti». Il modello è interessante perché affronta la sostenibilità di petto, immergendo attori e pubblico nella pratica ecologica, ma senza calarla in un contesto dichiaratamente didattico. «In questo senso, mi sono accorto di essere stato molto ispirato da una scrittrice non sospetta, Virginia Woolf. Non si è mai occupata direttamente di ecologia, ma tanta parte della sua scrittura è dedicata alla narrazione degli eventi naturali che così acquistano peso, valore».

Una delle bici che alimentano il format “teatro a pedali” della compagnia Mulino ad Arte.
[…] Un bel modello di sostenibilità applicata al teatro sia come luogo fisico che come spazio concettuale è proposto dalla compagnia Mulino ad Arte. Il suo direttore artistico, Daniele Ronco, mi guida attraverso i tanti progetti: l’ultimo lavoro Un Pianeta ci vuole; il format “teatro a pedali”, un sistema di co-generazione elettrica collegato a 15 biciclette che alimenta l’impianto audio-luci del palcoscenico grazie alla pedalata del pubblico; il processo di riconversione del centro polifunzionale di Piossasco (To), l’ex mulino della città, in quello che vuole essere il primo teatro green a tutto tondo d’Italia; la call nazionale per premiare la migliore sceneggiatura sulla crisi climatica, che diventerà uno degli spettacoli del Festival teatrale ecosostenibile organizzato dalla compagnia a luglio e, si spera, della tournée estiva.
L’ultimo progetto lanciato è il canale digitale dedicato alla sostenibilità ambientale Green Stream, alimentato dal teatro a pedali, con tre format: la Greenchiesta, l’intervista “tagliente” a un ospite noto; Planet Expert, un tavolo di idee con esperti ambientali (l’ospite della prima puntata, il 14 aprile, è Roberto Cavallo) e le notizie a tema eco interpretate da Ronco. Poi c’è il grande sogno nel cassetto: riattivare la ruota del mulino del teatro e produrre energia pulita per alimentarlo. Già oggi, la gestione dello spazio è improntata verso il rispetto dell’ambiente. L’illuminazione e l’impianto cinematografico a basso impatto, le scenografie interamente di recupero, la biglietteria e la cartellonistica digitale, la razionalizzazione degli spostamenti di compagnia e personale.
«Vogliamo diventare un punto di riferimento per chi vuole intraprendere un percorso di conversione anche tecnologica e organizzativa», spiega Ronco. «Il tema è percepito come divisivo, come una nicchia, invece è il contenitore di tutto. Mi ritrovo molto in una citazione di Jonathan Safran Foer: “la sostenibilità non fa show”. Questa provocazione è diventata la mia sfida». Come? «Il mio primo spettacolo eco è del 2015 e si chiama Mi abbatto e sono felice. Ha avuto oltre 150 repliche, vinto quattro premi e mi ha dato lo slancio per indirizzarmi verso questo tema. Ma via via ho capito che la chiave per avvicinare il pubblico alla sostenibilità è parlarne sempre meno, diminuire i dati, arrivare al cuore delle persone facendo loro vedere che un altro mondo non solo è possibile, ma è più bello, è necessario».

