Francesco Tornatore, imprenditore siciliano, socio in affari di Oscar Farinetti, racconta storie di vita legate al mondo del vino di Castiglione di Sicilia e rivela come e perché è nata la partnership con il fondatore di Eataly. “Farinetti è innamorato di questi luoghi, è convinto che l’Etna sia secondo soltanto al suo Barolo e alla prima opportunità abbiamo siglato questo accordo che, crediamo, ci porterà lontano”.
Incontro Francesco Tornatore, prima della
vendemmia, nella sua Tenuta di Castiglione di Sicilia (Catania), tra
vigne e ulivi, in un scenario unico, magico, che guarda il mare a Est, si
sottomette alle ceneri dell’Etna, a monte, e costeggia le acque limpide e
fredde del fiume Alcantara, sotto le pendici meridionali dei monti Peloritani.
Siamo sul versante orientale del Vulcano, tra i 500 e i 600 m. s.l.m., immersi
in una natura incontaminata, una bellezza autentica da mozzare il fiato, solo
qualche casa rurale, e poi, a perdita d’occhio, straordinari alberelli di Nerello
Mascalese in massima parte, con diversi filari di Carricante, di Nero
Cappuccio e poche viti di Catarratto, vigneti autoctoni.
Francesco Tornatore è un affermato industriale siciliano, amministratore
unico di un’importante azienda elettronica e di telefonia, è Cavaliere del
Lavoro, ma nel cuore ha conservato da sempre la passione per la terra e per i
suoi prodotti, tramandata da generazioni e mai dimenticata. E il frutto del
sogno si tocca tra questi tralci, si percepisce nelle sue parole, si trasmette
attraverso i sacrifici compiuti in gioventù ed è testimoniato dall’orgoglio che
accompagna il suo racconto bellissimo.
“Io a Castiglione, afferma, sono ancora riconosciuto
come il ‘fratello del medico’, mi dice mentre camminiamo tra i filari, non come
Cavaliere del Lavoro… lui è mancato giovane, a 60 anni, sapeva fare tutto in
campagna, innesti, potature… io invece, ragazzo, dormivo e sognavo, sognavo
di fare la vigna e il sogno è diventato importante per me… dal sogno è nata
la mia attività imprenditoriale… dovevo riscattare i sacrifici dei miei
genitori… la crisi dell’agricoltura mediterranea…sognavo sotto un albero e i
sogni si sono avverati!”.
“Castiglione è stato un territorio da sempre vocato alla coltivazione della
vite fin dai tempi antichi, spiega Tornatore, addirittura i vigneti dell’Etna erano i più estesi
della Sicilia. Dal mare ai 1000 metri d’altezza, sono innumerevoli gli
antichi palmenti e le cantine, i terrazzamenti con gli spettacolari muri a
secco, vere e proprie opere d’arte fatte da braccia di uomini infaticabili che
hanno saputo creare capolavori di un’antica architettura rurale che sopravvive
al tempo. Poi un periodo di abbandono delle terre vitate per i costi
eccessivi della coltivazione, ma dagli anni ’90 si registra un grande interesse
per i vini dell’Etna, viviamo una stagione molto felice, grazie anche a
viticoltori provenienti da altre zone. La grande mineralità del
terreno permette di ottenere vini molto eleganti, molto simili ai vini di Borgogna.
La vendemmia 2018 si prospetta di buona qualità, con equilibrio tra
sviluppo vegetativo e quantità: 70 q.li ad ettaro”.
Parliamo di
Carricante e di prezzi che salgono in modo vertiginoso
“Il motivo? Sull’Etna si producono pochi
vigneti di Carricante, pochi vitigni a bacca bianca, perché fino agli anni
‘60 erano richiesti soprattutto i nostri vini rossi dalle cantine del Nord
Italia in quanto servivano ad ‘aggiustare’ i loro vini; in una seconda fase si
vinificava e si vendeva il mosto; successivamente si vendeva l’uva a piccole cantine
soprattutto in Calabria; infine la svolta, sono sorte numerose cantine, si sono
ottenuti diversi riconoscimenti, vini che vanno all’estero per una quota che
supera il 50%”.
Si vede una ricchezza di colore straordinaria tra i filari: quali vini
produce la sua azienda?
“Produciamo solo Doc, quasi tutto Nerello Mascalese, 2
ettari di Nero Cappuccio, poi il Carricante, e, in virtù del consiglio di
un amico produciamo vino bianco perchè ‘anche le donne hanno cominciato a
bere’, e ancora 1 ettaro di Catarratto. Tutto vinificato in purezza”.
Con quale stato d’animo Francesco Tornatore calpesta questa terra nera fatta
di vigne ed uliveti, un vero paradiso
“La domanda coglie il segno, serve a rivelare la mia essenza. Per me rappresenta uno straordinario ritorno al passato, alla mia mia famiglia, le mie generazioni passate sono qui dal 1550. Le mie origini sono contadine, provengono da queste zolle: mio nonno materno faceva il mugnaio sfruttando le piccole cascate dell’Alcantara che scorre a poche centinaia di metri dai vigneti, un antico mulino; nella famiglia del nonno paterno erano piccoli proprietari terrieri, mio padre ha vissuto 10 anni in Australia, tagliava la canna da zucchero dagli anni ‘20 al ‘30, un lavoro tremendo. Aveva un grande sogno, quello di fare studiare i figli per toglierli dalla terra, ma noi abbiamo sempre avuto le mani in pasta, in questa terra nera meravigliosa, tra noccioleti, oggi uliveti e vigneti, e si portava avanti un piccolo oleificio.
Vedere questi grappoli significa
avere la stessa soddisfazione che aveva mio padre in questo periodo e che io
sto cercando di trasferire ai miei figli, con lo stesso entusiasmo; devo dire
che loro stanno rispondendo bene e oggi si interessano dell’area marketing e
commerciale. Qui rivedo la gioia che avevano i miei genitori vedendo
queste piante cariche; per me vuol dire ritrovare quella felicità che leggevo
nei loro occhi”.
Questo ritorno al passato mi porta a Oscar
Farinetti, con cui lei ha creato una partnership per produrre vino e olio
sull’Etna. Lui ha sempre detto “sono nato in mezzo a dieci pacchi di semola”,
stesse origini contadine: c’è un legame mentale in questa nuova avventura
imprenditoriale?
“Dare
vita a una società con Oscar Farinetti per produrre insieme vino dell’Etna è un
risultato grandioso per me e la mia famiglia, che da sempre crede alle
potenzialità del Vulcano. La nostra conoscenza del territorio e la
sua bravura di imprenditore nel portare nel mondo il made in Italy più buono,
unita alla capacità di entrambi di amare il vino, conclude, potrà portare solo
del bene all’Etna. La società è nata proprio per questo, un amore a prima
vista, nulla nasce per caso: ho incontrato Farinetti due anni fa ad una cena,
qui in Sicilia, ricordo che all’inizio della chiacchierata, Farinetti mostrava
una certa riluttanza ai titoli onorifici, i Cavalieri del Lavoro, un po’ di
preconcetti. Però è nata subito dopo un’empatia, una stima reciproca. La
società è nata con una stretta di mano, siamo stati sempre noi stessi, massima
sincerità e gentilezza. Lui è innamorato di questi luoghi, è convinto che
l’Etna sia secondo soltanto al suo Barolo e alla prima opportunità abbiamo
siglato questo accordo che, crediamo, ci porterà lontano”.
Quale
apporto reciproco potete dare a questa joint venture?
“Noi
mettiamo in campo la conoscenza del territorio, abbiamo una delle aziende
più grandi qui sull’Etna, crediamo moltissimo nelle potenzialità del Vulcano,
mentre Oscar contribuisce con la grande capacità di marketing e di
comunicazione ormai riconosciuta in tutto il mondo, forse è unico al mondo
per questo. Le sue doti imprenditoriali nel portare il Made in Italy di
prodotti agroalimentari eccellenti nel mondo sono straordinarie, senza
trascurare una cosa importante: entrambi amiamo il vino! Sono stato ospite
nelle Langhe, nel suo territorio, ho il ricordo di una forte sensibilità, di
grande umanità. Siamo stati nella Tenuta di Fontanafredda, a Casa
Borgogno di Barolo, è stato straordinario e sorprendente. Lui spesso
viene in Sicilia, ama e apprezza i sapori di questa terra e quando si trova da
queste parti preferisce pranzare da me, a casa mia, perché dice che mia moglie
fa la Caponata più buona del mondo”.
Ci può descrivere il territorio che stiamo attraversando in questo giro tra
i vigneti
“Sono
le diverse aree di produzione, le cosiddette contrade, Pietrarizza,
Trimarchisa, Torre Guarino, in cui è suddivisa la tenuta; una parte è
coltivata a uliveti… qui ogni appezzamento aveva la sua casa… quella (e
la indica col dito) è del 1735 e ha una cappella votiva sulla parete. Quando
con mia moglie eravamo appena sposati volevamo andare lì, poi abbiamo comprato
quella attuale negli anni ’80. Tutto di famiglia. Quello è il terreno che
abbiamo ora con Farinetti, Tenuta Carranco, qui passava l’antica ferrovia
che portava a Randazzo; una volta si vendemmiava a mano, periodi fantastici:
sono 20 ettari circa di cui vitati solo 7, altri 3 da vitare e 8 ettari
coltivati a ulivo… un paesaggio da favola, l’Etna che sorveglia, vigna storica,
il lavoro assiduo dell’uomo. Farinetti è molto interessato anche all’olio (cultivar
Nocellara dell’Etna). Ho conosciuto anche un altro piemontese importante del
vino, Angelo Gaja, proprio a Fontanafredda. Ricordo di avere sorseggiato da
una sua magnum di Barbaresco e una frase che Gaja aveva pronunciato in
quell’occasione, rivolgendosi a Oscar: “Tu sei fortunato che hai Tornatore
come socio”. Ho apprezzato molto, considerato chi l’ha detta“.
I due
territori, pur distanti, si toccano dal punto di vista enologico, con la
produzione di vini di grande potenza e struttura, ma il paesaggio è molto
diverso: quali differenze percepisce
“Conoscevo già quel territorio, quelle lingue di
terra meravigliose, sì un paesaggio straordinario, molto diverso dal nostro,
vulcanico quasi magico. Qualche tempo fa era stato proprio mio figlio,
studente alla Bocconi di Milano, a suggerirmi di comprare un vigneto in Langa,
prima che i prezzi salissero alle stelle, a dire il vero sono stato io a non
ascoltarlo, mi sono pentito ma pazienza. Qui il territorio è lontano dai centri
più grossi, Catania e Messina, intatto, nella natura più incontaminata. C’è
molta attenzione al territorio, non ci sono capannoni, la mia cantina è
interrata, a impatto ambientale zero. Qui si coltiva il paesaggio oltre che
il vino”.
Questi vigneti guardano l’azzurro del mare e il pennacchio del Vulcano, un
luogo favoloso, unico: si sente un privilegiato?
“Adesso forse si, per noi è quasi
una normalità, vivendo quì. Il rapporto con l’Etna è pacifico, sereno,
non me ne accorgo neppure quando sbuffa, forse sono più gli amici che mi
telefonano mettendomi in allarme quando è in eruzione. Lui è lì e noi qui, non
ci disturbiamo, anche se i tempi e i ritmi li scandisce il Vulcano”.
Quanto c’è di cuore e di passione in queste sue parole, di attaccamento a
questa terra
“Riconosco questi filari uno ad uno, per non dire
vite per vite, è un amore che risale a tanti anni addietro, a me dispiace
per tutti i miei compaesani che hanno dovuto vendere i loro terreni in tempi
complicati, io ho avuto la possibilità di non vendere, sono molto felice perché
anche nei momenti più difficili quando non sapevo cosa fare con le uve e con il
vino ho sempre tenuto duro, facendo sacrifici, e oggi sono orgoglioso di
essere qui, di calpestare questa terra; questi terreni non si dovevano vendere
e spero che anche i miei figli la pensino come me”.
L’anima
contadina prevale quindi sull’anima elettronica, vista la sua attività
“Certo,
sull’anima elettronica, ma soprattutto sull’anima degli affari!”.
Il
Cavaliere, fiero e sorridente, mi saluta, con quell’aria di chi sa che bisogna rimboccarsi le
maniche, ancora, sempre. Lasciamo il fuoristrada che ci ha accompagnati tra
questi filari magnifici di passione, sale sull’altra macchina, quella degli
affari, che lo allontana per qualche ore da questo paradiso. Grazie.
di Andrea Di Bella – da Mondo del Gusto